Orgoglio veneziano: ecco il futuro della Mostra del Cinema. Territorio, autonomia editoriale, creatività organizzativa. Ripartire da questi punti fermi.

Pubblicato: 1 settembre 2011 in cinema
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Paolo Baratta e Marco Muller, Venezia 2011. Uno scatto di orgoglio per il futuro della Mostra del Cinema.

E’ tutta da cambiare. Arrivata alla sua edizione numero 68, la Mostra del Cinema di Venezia si trova davanti ad un bivio. Dovranno cambiare tante cose, forse tutto, se davvero questo gigantesco luna park del cinema vorrà continuare a vivere. Quasi duemila giornalisti da tutto il mondo sono già arrivati anche quest’anno al Lido per vedere in poco meno di dodici giorni un pacchetto monstre di 65 film (vale dire 5 o 6 film al giorno, sic!). La Mostra d’altra parte non è solo uno dei più grandi festival del mondo, ma è anche il più antico; Cannes nacque solo un anno più tardi, a causa dell’invidia provata da francesi invitati alla prima edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte cinematografica che si svolse nel 1932 sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido. Fra questi due estremi (il gigantismo dei numeri e l’anzianità di servizio) la Mostra è stata il teatro di quasi tutti i grandi “scandali” del Novecento. Assegnò un Leone d’Oro alla regista tedesca Leni Riefenstahl per “Il trionfo della volontà”, il documentario sul primo vero congresso del partito nazista di Hitler. Fu interrotta a causa della guerra. Riprese nel dopoguerra democristiano per arrivare a chiudere di nuovo, nel 1968, di fronte alle proteste da operetta degli intellettuali del cinema italiano infiammati dal fuoco del maggio francese. Eccetera, eccetera. E’ proprio in questa storia così tormentata il primo e più importante lato debole della Mostra veneziana: la sua vulnerabilità e la sua permeabilità agli influssi esterni e alle pressioni politiche che arrivano soprattutto da fuori Venezia (da Roma, nella maggior parte dei casi). La Mostra del Cinema di Venezia è sempre stata considerata una specie di casa comune dove chiunque può farsi vivo con istanze più o meno legittime. La Mostra di Venezia è così: una casa aperta, una specie di Colosseo del cinema. Un monumento enorme completamente privo di porte. Arrivato all’ultimo anno del suo mandato (ma potrebbe essere riconfermato), il Presidente della Biennale, Paolo Baratta, intanto sta tirando fuori gli artigli. E’ riuscito anche a rigirarsi la frittata del cantiere interrotto (la costruzione del nuovo palazzo del cinema al Lido era stata sospesa: c’è troppo amianto nel buco che è stato scavato per le fondamenta e la rimozione costa troppo) e, con i soldi in parte non utilizzati, ha fatto tornare all’antico splendore la sala grande del vecchio palazzo. Marco Muller, il direttore artistico in predicato per il terzo rinnovo di mandato, con piglio post moderno, e infischiandosene degli intellettuali cinematografici integralisti, ha inserito nel primo giorno di programmazione ufficiale una intera serie televisiva, la bellissima “Mildred Pierce” con Kate Winslet (la Natalia Aspesi su La Repubblica ha subito gridato al miracolo e ha sentenziato: “La tv si mangia il cinema”). Il format del futuro della Mostra di Venezia è proprio nel nocciolo duro di questi scatti di orgoglio. Ne parlò, in tempi non sospetti, una ventina di anni fa, anche il critico cinematografico della Santa Sede, Sergio Trasatti, caporedattore dell’Osservatore Romano, presidente dell’Ente dello Spettacolo e autore di libri fondamentali su Rossellini e Bergman. “La Mostra deve staccarsi dalla Biennale e diventare compiutamene e completamente autonoma, da tutto”, disse ai colleghi provocando un piccolo terremoto. Non se ne fece niente ma l’idea torna ad affacciarsi oggi. I veneziani, che la sanno lunga, hanno imparato a diffidare della Mostra. Se ne tengono alla larga. Mentre al Lido impazza il luna park cinematografico, nella città di Venezia la vita scorre come se nulla fosse e, ogni anno, nel primo fine-settimana della Mostra, la Laguna si blocca per la molto più amata manifestazione cittadina, la “Regata storica”. Lo stesso governatore del Veneto, Luca Zaia, non ha ancora sciolto le sue riserve circa la sua presenza alle serate del festival. Le idee per un nuovo futuro della Mostra quindi non potranno prescindere da alcuni punti fermi. Al primo posto, come dice anche Baratta, c’è la riscoperta di un rapporto nuovo con il territorio e con i suoi abitanti. La Mostra oggi è finanziata con quasi sette milioni di Euro dal Ministero dei Beni Culturali (il Ministro Galan infatti è già a Venezia), una enorme quantità di denaro se paragonata agli scarsi investimenti degli enti locali. Si tratta di una bilancia sfavorevole che influisce negativamente nelle relazioni istituzionali del festival: Roma comanda, mentre Venezia subisce. C’è poi da considerare la struttura editoriale. Uno dei festival più in attivo del mondo è il Sundance Festival ideato e diretto da Robert Redford. Un vero e proprio laboratorio a cielo aperto delle produzioni indipendenti, soprattutto americane (tutti i nuovi autori degli ultimi venti anni sono nati lì), con una struttura industriale che riesce a tenere in piedi l’organizzazione senza bisogno di aiuti pubblici (con il marchio del Sundance ci sono società di produzione, distribuzione e un vero e proprio network televisivo). Una manifestazione che è potuta crescere e svilupparsi proprio grazie alla libertà delle scelte e ad un legame non banale con il territorio che la ospita. Orgoglio territoriale, orgoglio organizzativo, orgoglio editoriale. Sono i tre punti fermi dai quali anche la Mostra di Venezia potrebbe ripartire. Per liberarsi dal giogo pesante degli interessi che le appesantiscono la vita e che le impediscono di volare ancora più in alto. Come invece meriterebbe.

Pubblicato su La Padania il 1 settembre 2011

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