Personal

Illustrazione di Stefano Navarrini

“Che stronzate!”. Ecco. “Che stronzate!”. Fu questo l’ultimo commento di mio padre. Disse proprio così, con un filo di voce: “Che stronzate!”. Morì dopo qualche mese di silenziosa agonia. Aveva un tumore al cervello. “Che stronzate!” furono le ultime parole della sua vita.

Il nostro era stato un rapporto difficile. Con lui avevo avuto sempre l’impressione di pattinare in salita su una strada ghiacciata. Il giorno del suo funerale c’era un gran caldo. Il sole arroventava l’asfalto e inzuppava le camicie. Il funerale mi parve infinito. Infinito e umido. Sentivo il sudore correre a rivoli sotto la giacca. Le lacrime delle condoglianze si mischiavano all’umidità dei miei abiti. Ricambiavo gli abbracci con imbarazzo crescente: non conoscevo molte delle persone presenti.
La seconda moglie di mio padre, Anna, era seduta accanto a me e ogni tanto mi stringeva la mano. Era invecchiata dall’ultima volta che l’avevo vista. Si muoveva con difficoltà e portava un busto. Le avevano dovuto sistemare una sedia per permetterle di seguire la funzione: la panca della chiesa era troppo dura, mi spiegò qualcuno in un soffio. Il prete lesse anche una lettera che doveva essere stata scritta da mio padre prima di morire. Bella, un po’ retorica. Ridondante. Non mi sembrava il suo stile. Mi chiedevo anche: ma quando l’avrà scritta? Il cancro in testa l’aveva assalito all’improvviso, mozzandogli il respiro dell’intelligenza in modo repentino. Quasi dall’oggi al domani. Mi dissero, fuori dalla chiesa, che la lettera era un innocente falso. Era stata scritta da Giampiero, figlio di primo letto di Anna. Non me la presi. Faceva molto caldo. Io avevo il gelo nel cuore.
Giampiero aveva assistito mio padre in ospedale per sei mesi, giorno e notte. Era ancora molto piccolo quando aveva perso il suo vero papà, quello biologico. L’accanimento con il quale assistette mio padre nell’agonia doveva sembrargli un riscatto per il dramma più intimo che aveva vissuto molti anni prima. Ogni tanto andavo a trovarli in ospedale. Mio padre sempre più assente. Giampiero sempre più agitato man mano che la fine si avvicinava. Lo accompagnavo fuori per fargli compagnia mentre si fumava una sigaretta. Mi diceva: sai come fa tuo padre quando dorme? Io lo guardavo con un po’ di amarezza. Sono 40 anni che non dormo sotto lo stesso tetto con mio padre, trovavo alla fine la forza di dirgli. E poi aggiungevo: non l’ho mai visto dormire.
Mia madre e mio padre si erano separati quando io avevo 8 anni. Non si erano più visti o parlati. Solo una volta. Durante l’udienza per il divorzio. Adesso, dopo una vita intera, entrambi erano stati colpiti da un tumore. Era stato diagnosticato a tutti e due nella stessa settimana. Non avevano vissuto insieme se non per il breve tempo necessario per concepire il progetto di una famiglia. Adesso morivano insieme, all’insaputa l’uno dell’altra. Mia madre accudita da me e dai miei fratelli. Mio padre assistito da un figlio non suo con il quale però aveva sempre vissuto.
Faceva veramente caldo il giorno del funerale di mio padre. Io, invece, avevo il gelo dentro. Chinai il capo e salutai parenti, conoscenti e perfetti sconosciuti. Le lacrime mi impregnavano la giacca e la camicia già zuppe. Un uomo, grande e grosso, mi si parò davanti. Piangeva come un vitello. Ero il migliore amico di tuo padre, mi disse. Singhiozzava rumorosamente. Io non lo avevo mai visto. Montai in macchina e me ne andai. Ero esausto. Mentre guidavo, un solo dubbio mi stringeva la gola. Che, alla fine, avesse avuto ragione lui. Che, alla fine, veramente fossero state tutte stronzate.
Commenti
  1. “Con lui avevo avuto sempre l’impressione di pattinare in salita su una strada ghiacciata.”
    Come è vera questa sensazione e come è tragico quando il tuo sostegno si sottrae a te.

  2. Paola Pace scrive:

    da tagliarsi le vene varicose con la pinzetta per le unghie

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