Lavoratori e imprenditori si danno fuoco. Non in India, ma in Italia. E dalla politica solo un silenzio imbarazzato. Sul Corriere della Sera una lettera senza sconti dell’assessore al lavoro della Regione Piemonte

Pubblicato: 2 aprile 2012 in politica
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"Quei roghi dicono che non possiamo più aspettare. Dobbiamo rimetterci rapidamente in sintonia con il paese reale".

Caro direttore, il rogo della nostra coscienza dovrebbe tenerci svegli e farci urlare. Invece niente. Non un commento. Non una riflessione. Solo una sorta di silenzio imbarazzato. L’imprenditore e il lavoratore che si sono dati fuoco nelle ultime 48 ore scuotono vigorosamente le nostre certezze di politici. Ci dicono, meglio di mille comunicati sindacali o di mille dichiarazioni di Confindustria, quanto sia diventato profondo e terribile il disagio del nostro sistema paese. Da quindici anni aspettiamo, inutilmente, un progetto di rilancio industriale nazionale. Ma mentre quest’attesa diventa sempre più frustrante, in Parlamento arriva una riforma del lavoro che molto probabilmente servirà a poco. Il dibattito politico apparentemente è molto vivace intorno a questo disegno di legge. I sindacati continuano a spingere l’acceleratore della protesta su un aspetto tutto sommato marginale come l’articolo 18. Monti, dall’altra parte, è arrivato ad ipotizzare una fine anticipata della legislatura se i partiti non giungessero ad un accordo. Ma dopo i due roghi tragici, dell’imprenditore e del lavoratore, tutto questo chiacchiericcio in politichese sembra veramente poca cosa. I problemi del paese richiedono ben altro sforzo da parte della politica e da parte dei sindacati. Le imprese sono allo stremo e i lavoratori insieme con le loro famiglie sono molto preoccupati. C’è veramente bisogno di altro. “Si è anti-conformisti per non sottostare alle letture vincenti quando non ci convincono, e per non lasciarci omologare”, ha detto il Cardinale Bagnasco pochi giorni fa. Io, nel mio piccolo, sono d’accordo con lui. Il conformismo di una certa vecchia politica potrebbe nuocerci. Ora più che mai. “Solo una generale conversione di mentalità che comporti conseguenze vincolanti può ricreare quel clima di fiducia che oggi sembra diradato o dissolto. Un clima che sollecita e motiva l’affidamento reciproco”, ha detto Bagnasco. È questo il punto. La politica deve cambiare passo. Oggi il tema vero non è la conflittualità fra i partiti, come sembra emergere invece da alcune dichiarazioni dei palazzi romani. Il terreno sul quale si giocherà la vera partita per il futuro del paese sarà quello della coesione sociale e, soprattutto, nell’ambito di quel “clima che solleciti e motivi l’affidamento reciproco”, come ha detto il Cardinale.  Sono assessore al lavoro in una regione come il Piemonte che rischia di diventare l’anticamera del futuro del nostro paese. Dai grandi colossi come la Fiat alla ricerca di nuovi modelli industriali sostenibili anche per le piccole e medie imprese del territorio, come se fosse la rappresentazione del macrocosmo nazionale. Dal mio osservatorio piemontese posso confessare che sono molto preoccupata (sotto la mia finestra in assessorato arrivano ogni giorno gli slogan dei lavoratori delle aziende in crisi) e quei roghi mi dicono che non possiamo più aspettare. Dobbiamo rimetterci rapidamente in sintonia con il paese reale. Il rischio, infatti, non è la fine dei partiti o della casta dei politici (verrebbe da dire, infatti, chi se ne importa). Il baratro nel quale corriamo il rischio di cadere ha ben altre dimensioni. E ci riguarda tutti.

Claudia Porchietto, Assessore al lavoro della Regione Piemonte

Pubblicata il 1 aprile sul Corriere della Sera

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Commenti
  1. Manuel de Teffé scrive:

    Ho letto ultimamente di un altro caso di un pover’uomo distrutto dagli studi di settore e da istituzioni. Gli ho scritto per manifestargli uno straccio di solidarietà . Concordo in pieno con l’ultimo periodo dell’articolo: ” E ci riguarda tutti.”

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